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Ballottaggio Pisa 24 giugno e rissa tra immigrati

C’era una volta il caso.
Il caso immigrato, ma anche africano, per intenderci.
E chi ha orecchie e l’intero cranio libero da grida ottuse quanto scaltre intenda.
Tu guarda il caso, come si suol dire.
Guarda con attenzione il caso in quel di Pisa, a pochi giorni dal ballottaggio per l’elezione del sindaco.
Guarda caso, già, il destino di una città sospeso tra il PD e la Lega.
Guarda il caso Lega, ma guarda un po’, aggiungo.
C’era una volta il caso, quindi.
C’era una volta e che sia maledetto o benedetto, fate voi, dipende da quale lato del Po consideriate la notizia.
Il famigerato caso che vede saltar fuori tra le news principali a un passo dalla suddetta votazione l’ennesima rissa tra immigrati, per giunta africani.
Toh, come è prevedibile talvolta.
Il caso

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Nave Aquarius Sos Mediterranee storia dell’Italia isolata

C’erano una volta vite umane, perché di questo stanno parlando, scrivendo, e via gridando.
E c’era una volta una nave carica di vita.
C’erano una volta nazioni in guerra di parole e illusioni.
E c’erano una volta plutocrati manovranti e burocrati asserviti.
C’erano una volta leader digitali populisti e c’erano una volta popoli digitali senza leader.
C’era una volta un continente di speranze frustrate.
C’erano una volta, ancora loro, disperate esistenze in cerca di un futuro.
C’era una volta la storia.
Che si ripete ancora, di nuovo e di nuovo ancora.
Tristemente uguale a se stessa.
Eccolo il mondiale dello sport più amato, altro che calcio, nel quale sì che ci siamo (s)qualificati con tutti i disonori.
Italia contro Spagna, Italia contro Malta, Italia contro Francia, Italia contro tutti.
Vincere e vinceremo

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Storie di immigrati e bullismo

Tutto rallenta.
Perché?
L’immagine si allarga, in contorni e contenuti. Tommaso ha il tempo di colpire il volto di Chandra, prima di essere bloccato dai compagni. L’aggredito non coglie la medesima occasione di rispondere ai pugni. Di difendersi.
Perché?
E’ sorpreso, spiazzato. Non immagina il motivo della violenta reazione del ragazzo. Sa solo di aver detto di saper già parlare Inglese.
Perché?
Forse qualcosa ha offeso Tommaso, ha sobillato un fondo di rabbia già presente, che gli ha fatto perdere il controllo.
Perché?
Teresa si lascia andare in terra e rimane lì seduta, con le spalle appoggiate alla parete del corridoio, spettatrice sgomenta. Chandra è più alto e più robusto di Tommaso, eppure ha incassato senza rispondere.
Perché?
Eccolo che si tira su da terra, nel suo ultimo giorno di scuola, straniero di passaggio. Si tocca il naso e trova il sangue. Lo osserva sulle mani. Ma non è sorpreso o spiazzato, stavolta.
Perché?
Tommaso viene trattenuto a fatica, ora c’è anche il bidell…

Storie di immigrati e sopravvivenza

Il sacrificio di qualcosa più grande della propria terra. Un gioiello che abbia più valore del luogo in cui si nasce. Ovvero, a favore dei fissati delle carte bollate, più prezioso del paese, la città e il quartiere che fanno da scenografia all’intero esistere.
Semplificando all’estremo, ove hai amato. Dove sei amato. E ancora ami.
In una suggestiva coreografia di distinte preoccupazioni, ciascuno degli astanti si concentrò sul personale tesoro.
Bikila spostava lo sguardo tra Kereeditse e Ahmed, mentre la compagna compiva la medesima danza tra il marito e il figlio. Ma con molta più discrezione, ad essere onesti.
Ahmed aggiungeva ai due, senza sorprese, l’adorata Shani.
E quest’ultima?
Ma come… non mi guarda? Shani… sono qui. Coraggio, sono qui.
Gli occhi della bambina erano tutti sui propri genitori.
Tuttavia, un attimo prima che Ramakeele si accingesse a riprendere in mano la scena, la bimba, ma che dico, la futura donna inviò un lembo dello sguardo sul bambino per accarezzarlo, lì …

Storie di immigrati innamorati

Shani era la donna più bella dell’universo. Questo è quel che aveva scritto Ahmed nel proprio diario in cima all’elenco delle cose di cui non dubitare mai, pena il seppellimento sotto un cumulo di feci prodotte dal più maleodorante animale del medesimo universo.
Ho detto donna e non a caso, perché è così che il nostro la vedeva. La donna, Shani sarebbe stata la sua donna, come mamma lo era di papà. Quest’ultimo mica la definiva la mia bambina. Donna, questa è la parola che utilizzava ed essere da meno del padre era l’ultima cosa che Ahmed desiderasse.
Shani aveva gli occhi grandi, non come Ahmed ma siamo nei pressi. Le pupille erano marroni come quelle del suo spasimante, solo leggermente più chiare. Capelli naturalmente ricci e intessuti in treccine svolazzanti.
Capelli che volano, avrebbe potuto essere il suo nome da nativa americana.
Capelli che abbondano era invece quello più adatto per Ahmed. Bikila avrebbe preferito che li tagliasse, che portasse sul capo un dignitoso taglio cor…

Storie di immigrati: la vecchia Ramakeele

La stanza dove di solito accoglieva il suo speciale pubblico non era enorme, tutt’altro. Eppure, dall’istante in cui iniziò a parlare, la dimensione spazio e le sue regole sembrarono perdere ogni valore. Figuriamoci quelle del tempo.
Il solo incipit fu sufficiente a conquistare Ahmed e non è che costui fosse uno spettatore facile, sia ben chiaro. A nove anni puoi risultare il meno tenero dei critici sul pianeta, soprattutto se hai quegli occhi di cui sopra.
Particolarmente sensibili al bello perché capaci di riconoscerlo tra gli inutili infiniti.
“Questo è quel che ho pensato”, iniziò Ramakeele, una volta accomodatasi sulla vecchia sedia, perfino più di lei.
Ahmed e gli altri bambini erano seduti ai suoi piedi.
“Ci permetterà di salvarci tutti. Dalla fame e dalla sete, dalla guerra e dall’odio. Soprattutto dalla stupidità del cuore e dalla cecità dell’immaginazione.”
Fu esattamente in quell’istante che Ahmed si voltò e vide entrare nella stanza i grandi.
C’erano papà e mamma, i genito…

Storie di immigrati Rohingya: l'ombrello

In quel breve istante di ritrovato coraggio, stretti nell’abbraccio di solidale fratellanza, ci facciamo tutt’uno con il nostro unico amico.
Noi siamo ombrello, quindi.
Noi stessi siamo il confine tra la vita che abbiamo e quella che dovremmo avere, altro che muri d'odio e idiozia.
Perché noi siamo l’amore per la terra che occupiamo, ovunque sia, dovunque sarà, che resiste e sopravvive a tutto.
Non può piovere per sempre, si diceva.
Ebbene, quando smetterà, perché smetterà.
Noi.
Saremo...

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Storie di immigrati e istigazione

Plic.
Un'altra gelida lacrima.

Bersagli degli irosi strali sono loro, gli ultimi arrivati, una coppia di Brontosauri.
La femmina è incinta e il maschio, ammirando il meraviglioso dono celato, che forse mai vedrà luce, piange.
Non c’è più tempo da perdere per la rabbia.
Neppure laddove goda di ogni ragione plausibile.
Malgrado ciò, non avendone peraltro alcuna, lo Stegosauro insiste nello sbriciolare le pagine restanti della sua parentesi terrena per bruciarle nel rogo più inutile che ci sia mai stato.
Quello dell'odio verso i tuoi compagni di viaggio.

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Storie di immigrati naufragati

Sette, la barca si capovolge e respiriamo comunque, senza branchie, senza ossigeno e senza logica, perché siamo solo personaggi in una foto di giornale, perché non approfittarne?
Otto, la barca si capovolge e sono solo un po’ bagnato, perché il mare non dovrebbe far male come la gente, dicono.
Nove, la barca si capovolge, ancora, e ancora, non si ferma mai, perché è una giostra generosa, come il futuro che non ho mai avuto.
Dieci, la barca si capovolge e siamo arrivati, perché questa nave non naviga, si limita a scivolare su un tappeto di insopprimibili speranze.
Undici, la barca si capovolge e diventa un paese…
Poi, dodici, la barca si capovolge e diviene una città…
Quindi, tredici, la barca si capovolge e si trasforma in un villaggio di case, ma senza bisogno di strade, di strade ma prive di marciapiedi, di popoli che viaggiano solo a piedi, che non hanno un nome e una bandiera da proteggere, solo qualcosa per cui vale la pena vivere.
Insieme.

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Storie di immigrati morti in mare

Adesso, però, basta con le ole, ovvero, onde.
Che siano di carne viva, piuttosto che di insensibili oceani, che il tempo si fermi.
Ascoltate e ammirate, la formazione che scende in mare.
Con il numero uno, lei.
La portiera.
Fatim dalle mani ambiziose e al contempo generose.
A proteggere la sola porta che ci unisce.
Quella della casa rimasta indietro.
Giammai quella che non abbiamo mai trovato.
La ragazza dalla cieca determinazione e i fatali desideri.
Andate pure avanti, o amiche della difesa.
Scansatevi senza timore, signore del centrocampo.

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Storie di immigrati e giustizia

Esattamente accanto al sontuoso loculo del patriota fervente, c’era un'altra, minuscola tomba, senza niente. Neanche una trascurabile croce. Sopra, avvicinando con amorevole curiosità lo sguardo, avresti letto: Immigrato.
Pensandoci, che rabbia mi faceva, quest’uomo ormai dimenticato.
Questo è il nostro mondo, rammentai. Chi si lamentava e chi ha avuto i veri guai.
Ma lo sventurato ha mai pensato che pure all’altro mondo sarebbe stato bistrattato?
Mentre aborrivo innanzi a un pensiero così ingiusto, decisi di restare oltre la mezzanotte, perché, malgrado la tristezza, alle trame da raddrizzare ci ho sempre preso gusto.

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