Storie di muri per migranti

L’uomo temeva, come la morte stessa, di essere invaso.
Da se stesso.
Ossessionato a tal punto dalla più paradossale delle paranoie umane, egli chiese consiglio a un tale ancora più folle di lui. O, forse, molto, molto più astuto.
Ho il rimedio per te, amico, disse quest’ultimo. Già, amico. Sono sempre tutti tuoi amici, facci caso, gli sconosciuti che non aspettavano altro di aiutarti con quel tuo problema che ti assilla tanto.
Mura, mura tutto, e non pensarci più. Questo fu il rimedio suggerito. Soluzione semplice e sbrigativa, con parole elementari che potrebbe capire anche un bambino.
Figuriamoci un matto.
Così, l’uomo, che aveva visto per primo nelle mani, nelle proprie stesse mani, l’odiato nemico, fece innalzare un muro di cinta sui polsi. Come dei bracciali di pietra che avvolgevano la via tra le braccia e i palmi e le dita, un confine tra gli arti superiori e la possibilità di afferrare ma anche solo sfiorare, spingere o, al meglio, accarezzare, spesso indicare, talvolta salutare.
Il sonno migliorò, ma la cosa durò poco, perché il più delle volte il delirio è come un’insaziabile droga. Non appena ti illudi di poterlo gestire, ecco che si fa sotto con un’altra, ben più potente maschera.

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Alessandro GhebreigziabiherStorie di immigrati di Alessandro Ghebreigziabiher, scrittore, attore e regista teatrale.

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