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Storie di immigrati e sopravvivenza

Il sacrificio di qualcosa più grande della propria terra. Un gioiello che abbia più valore del luogo in cui si nasce. Ovvero, a favore dei fissati delle carte bollate, più prezioso del paese, la città e il quartiere che fanno da scenografia all’intero esistere.
Semplificando all’estremo, ove hai amato. Dove sei amato. E ancora ami.
In una suggestiva coreografia di distinte preoccupazioni, ciascuno degli astanti si concentrò sul personale tesoro.
Bikila spostava lo sguardo tra Kereeditse e Ahmed, mentre la compagna compiva la medesima danza tra il marito e il figlio. Ma con molta più discrezione, ad essere onesti.
Ahmed aggiungeva ai due, senza sorprese, l’adorata Shani.
E quest’ultima?
Ma come… non mi guarda? Shani… sono qui. Coraggio, sono qui.
Gli occhi della bambina erano tutti sui propri genitori.
Tuttavia, un attimo prima che Ramakeele si accingesse a riprendere in mano la scena, la bimba, ma che dico, la futura donna inviò un lembo dello sguardo sul bambino per accarezzarlo, lì dove più avrebbe desiderato.
Il primo vero fremito del cuore è una tempesta perfetta e Ahmed lo comprese appieno esattamente quel giorno.
Dal canto suo, la vecchia oratrice osservava attenta quello sciabordio di occhiate angosciate dal timore di perdere l’oggetto dell’amore migliore, e ne ebbe compassione.
Era giunta l’ora di scoprire le carte. Il copione aveva un ritmo da seguire e l’armonia dei tempi richiedeva il colpo di scena proprio in quel momento.
“Noi diventeremo uguali”, disse soppesando con cura ogni singola lettera, “perché grazie alla magia più potente della terra noi perderemo la diversità.”
“Di cosa stai parlando, Ramakeele?” domandò Bikila, dando voce alla curiosità di tutti.
“Bianchi, diverremo tutti bianchi”, rispose la vecchia. “Sempre se quel bianco non si intenda alla lettera. Non più neri, semmai davvero tali siamo stati.”
Quindi la donna sollevò da terra un voluminoso boccale e lo mostrò ai presenti tenendolo stretto tra le mani. Di seguito, parole rarefatte, come in un sogno.
Date un sorso alla pozione e liberate la pelle dal peso del sole.
Non più nera.
Leggete pure marrone, più o meno scuro.
Bevete e liberate i capelli dal nodo che li lega.
Non più ricci.
Assaggiate l’incantesimo e affrancate le labbra dal presunto imbarazzo del volume.
Non più carnose.
Bevete e diventate con me perfettamente uguali.
Bianchi.
Rassicuranti e liberi.
“Ma non possiamo…” si lasciò sfuggire Kereeditse, violando innanzi alla nonna di tutti il sacro protocollo del silenzio, eccezion fatta per il marito.
“Sì, invece”, disse Ramakeele.
E sebbene con un soffio di tristezza perso in un afflato di speranza, aggiunse: “Noi possiamo. Perché dobbiamo.”
Sopravvivere...

Dal libro La truffa dei migranti

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