Storie di immigrati: la vecchia Ramakeele

La stanza dove di solito accoglieva il suo speciale pubblico non era enorme, tutt’altro. Eppure, dall’istante in cui iniziò a parlare, la dimensione spazio e le sue regole sembrarono perdere ogni valore. Figuriamoci quelle del tempo.
Il solo incipit fu sufficiente a conquistare Ahmed e non è che costui fosse uno spettatore facile, sia ben chiaro. A nove anni puoi risultare il meno tenero dei critici sul pianeta, soprattutto se hai quegli occhi di cui sopra.
Particolarmente sensibili al bello perché capaci di riconoscerlo tra gli inutili infiniti.
“Questo è quel che ho pensato”, iniziò Ramakeele, una volta accomodatasi sulla vecchia sedia, perfino più di lei.
Ahmed e gli altri bambini erano seduti ai suoi piedi.
“Ci permetterà di salvarci tutti. Dalla fame e dalla sete, dalla guerra e dall’odio. Soprattutto dalla stupidità del cuore e dalla cecità dell’immaginazione.”
Fu esattamente in quell’istante che Ahmed si voltò e vide entrare nella stanza i grandi.
C’erano papà e mamma, i genitori degli altri, lo zio più simpatico e quello più odioso. C’era tutto il mondo, il suo, ad ascoltare.
Ramakeele sembrò non accorgersi che il pubblico fosse notevolmente cresciuto, sia di numero che d’età. Non batté ciglio e la voce non accennò variazione di tono alcuna. Che dire, fu evidente che non fosse una novizia delle scene.
“Il mio piano cambierà la nostra vita perché la salverà e questa è l’unica cosa che davvero conti. Sopravvivere. Vale la pena, sopravvivere. Lo dico davvero. Possiamo ancora farlo. Insieme, solo insieme, però.”
Ahmed era felice.
Credeva alla vecchia già da subito. Non aveva bisogno di prove e avrebbe potuto firmare il contratto senza leggerlo.
“Dovete avere fiducia in me”, continuò l’anziana donna. “Non sarà facile, non sarà un gioco. Le possibilità di riuscita sono poche e il rischio è il massimo. Sofferenza e amarezza ci attendono sulla via e potrebbero essere l’unico frutto di questa scelta.”
Ahmed osservava gli altri bambini e cercò di intercettare gli occhi di Shani.
Guardami, sussurrò con essi.
Guardami, esclamò silenziosamente.
E allo stesso modo sognò di gridare guardami, dopo pochi impazienti secondi.
Non c’è tempo da perdere.
Ne ho bisogno ora.
Shani si voltò per una frazione di secondo.
Il piano stava già funzionando, Ramakeele.

Dal libro La truffa dei migranti

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Alessandro GhebreigziabiherStorie di immigrati di Alessandro Ghebreigziabiher, scrittore, attore e regista teatrale.

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