giovedì 31 maggio 2018

Storie di immigrati e sopravvivenza

Il sacrificio di qualcosa più grande della propria terra. Un gioiello che abbia più valore del luogo in cui si nasce. Ovvero, a favore dei fissati delle carte bollate, più prezioso del paese, la città e il quartiere che fanno da scenografia all’intero esistere.
Semplificando all’estremo, ove hai amato. Dove sei amato. E ancora ami.
In una suggestiva coreografia di distinte preoccupazioni, ciascuno degli astanti si concentrò sul personale tesoro.
Bikila spostava lo sguardo tra Kereeditse e Ahmed, mentre la compagna compiva la medesima danza tra il marito e il figlio. Ma con molta più discrezione, ad essere onesti.
Ahmed aggiungeva ai due, senza sorprese, l’adorata Shani.
E quest’ultima?
Ma come… non mi guarda? Shani… sono qui. Coraggio, sono qui.
Gli occhi della bambina erano tutti sui propri genitori.
Tuttavia, un attimo prima che Ramakeele si accingesse a riprendere in mano la scena, la bimba, ma che dico, la futura donna inviò un lembo dello sguardo sul bambino per accarezzarlo, lì dove più avrebbe desiderato.
Il primo vero fremito del cuore è una tempesta perfetta e Ahmed lo comprese appieno esattamente quel giorno.
Dal canto suo, la vecchia oratrice osservava attenta quello sciabordio di occhiate angosciate dal timore di perdere l’oggetto dell’amore migliore, e ne ebbe compassione.
Era giunta l’ora di scoprire le carte. Il copione aveva un ritmo da seguire e l’armonia dei tempi richiedeva il colpo di scena proprio in quel momento.
“Noi diventeremo uguali”, disse soppesando con cura ogni singola lettera, “perché grazie alla magia più potente della terra noi perderemo la diversità.”
“Di cosa stai parlando, Ramakeele?” domandò Bikila, dando voce alla curiosità di tutti.
“Bianchi, diverremo tutti bianchi”, rispose la vecchia. “Sempre se quel bianco non si intenda alla lettera. Non più neri, semmai davvero tali siamo stati.”
Quindi la donna sollevò da terra un voluminoso boccale e lo mostrò ai presenti tenendolo stretto tra le mani. Di seguito, parole rarefatte, come in un sogno.
Date un sorso alla pozione e liberate la pelle dal peso del sole.
Non più nera.
Leggete pure marrone, più o meno scuro.
Bevete e liberate i capelli dal nodo che li lega.
Non più ricci.
Assaggiate l’incantesimo e affrancate le labbra dal presunto imbarazzo del volume.
Non più carnose.
Bevete e diventate con me perfettamente uguali.
Bianchi.
Rassicuranti e liberi.
“Ma non possiamo…” si lasciò sfuggire Kereeditse, violando innanzi alla nonna di tutti il sacro protocollo del silenzio, eccezion fatta per il marito.
“Sì, invece”, disse Ramakeele.
E sebbene con un soffio di tristezza perso in un afflato di speranza, aggiunse: “Noi possiamo. Perché dobbiamo.”
Sopravvivere...

Dal libro La truffa dei migranti

giovedì 24 maggio 2018

Storie di immigrati innamorati

Shani era la donna più bella dell’universo. Questo è quel che aveva scritto Ahmed nel proprio diario in cima all’elenco delle cose di cui non dubitare mai, pena il seppellimento sotto un cumulo di feci prodotte dal più maleodorante animale del medesimo universo.
Ho detto donna e non a caso, perché è così che il nostro la vedeva. La donna, Shani sarebbe stata la sua donna, come mamma lo era di papà. Quest’ultimo mica la definiva la mia bambina. Donna, questa è la parola che utilizzava ed essere da meno del padre era l’ultima cosa che Ahmed desiderasse.
Shani aveva gli occhi grandi, non come Ahmed ma siamo nei pressi. Le pupille erano marroni come quelle del suo spasimante, solo leggermente più chiare. Capelli naturalmente ricci e intessuti in treccine svolazzanti.
Capelli che volano, avrebbe potuto essere il suo nome da nativa americana.
Capelli che abbondano era invece quello più adatto per Ahmed. Bikila avrebbe preferito che li tagliasse, che portasse sul capo un dignitoso taglio corto e ordinato, ma si sa, in tema di look sono le femmine a dettare legge. Nonostante il seppur autorevole parere del papà, la suddetta capigliatura incontrava il gusto di Kereeditse, di conseguenza andava bene così.
Inoltre, poiché l’opinione della madre era condiviso pienamente da Ramakeele, come avrebbe potuto Bikila reggere una discussione con entrambe?
Ma torniamo alla diretta, ovvero differita...

Dal libro La truffa dei migranti

giovedì 17 maggio 2018

Storie di immigrati: la vecchia Ramakeele

La stanza dove di solito accoglieva il suo speciale pubblico non era enorme, tutt’altro. Eppure, dall’istante in cui iniziò a parlare, la dimensione spazio e le sue regole sembrarono perdere ogni valore. Figuriamoci quelle del tempo.
Il solo incipit fu sufficiente a conquistare Ahmed e non è che costui fosse uno spettatore facile, sia ben chiaro. A nove anni puoi risultare il meno tenero dei critici sul pianeta, soprattutto se hai quegli occhi di cui sopra.
Particolarmente sensibili al bello perché capaci di riconoscerlo tra gli inutili infiniti.
“Questo è quel che ho pensato”, iniziò Ramakeele, una volta accomodatasi sulla vecchia sedia, perfino più di lei.
Ahmed e gli altri bambini erano seduti ai suoi piedi.
“Ci permetterà di salvarci tutti. Dalla fame e dalla sete, dalla guerra e dall’odio. Soprattutto dalla stupidità del cuore e dalla cecità dell’immaginazione.”
Fu esattamente in quell’istante che Ahmed si voltò e vide entrare nella stanza i grandi.
C’erano papà e mamma, i genitori degli altri, lo zio più simpatico e quello più odioso. C’era tutto il mondo, il suo, ad ascoltare.
Ramakeele sembrò non accorgersi che il pubblico fosse notevolmente cresciuto, sia di numero che d’età. Non batté ciglio e la voce non accennò variazione di tono alcuna. Che dire, fu evidente che non fosse una novizia delle scene.
“Il mio piano cambierà la nostra vita perché la salverà e questa è l’unica cosa che davvero conti. Sopravvivere. Vale la pena, sopravvivere. Lo dico davvero. Possiamo ancora farlo. Insieme, solo insieme, però.”
Ahmed era felice.
Credeva alla vecchia già da subito. Non aveva bisogno di prove e avrebbe potuto firmare il contratto senza leggerlo.
“Dovete avere fiducia in me”, continuò l’anziana donna. “Non sarà facile, non sarà un gioco. Le possibilità di riuscita sono poche e il rischio è il massimo. Sofferenza e amarezza ci attendono sulla via e potrebbero essere l’unico frutto di questa scelta.”
Ahmed osservava gli altri bambini e cercò di intercettare gli occhi di Shani.
Guardami, sussurrò con essi.
Guardami, esclamò silenziosamente.
E allo stesso modo sognò di gridare guardami, dopo pochi impazienti secondi.
Non c’è tempo da perdere.
Ne ho bisogno ora.
Shani si voltò per una frazione di secondo.
Il piano stava già funzionando, Ramakeele.

Dal libro La truffa dei migranti